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 Neanche ai professori universitari piace la "buonascuola"

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Stellastellina1975



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MessaggioOggetto: Neanche ai professori universitari piace la "buonascuola"   Gio Giu 11, 2015 3:45 pm


Bellissima iniziativa di Vivalascuola: 80 dichiarazioni di docenti universitari contro la riforma. Da leggere una per una.

Ecco il link:

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/06/09/vivalascuola-197/




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Stellastellina1975



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MessaggioOggetto: Re: Neanche ai professori universitari piace la "buonascuola"   Gio Giu 11, 2015 8:49 pm

Copio qui qualcuno di questi interventi:

"Non sono d’accordo con l’ennesima controriforma per moltissime ragioni che sarebbe lungo elencare, perciò mi limito a dire che dagli 80 la Banca Mondiale ha avviato un processo di trasformazione delle istituzioni educative basate sull’introduzione del modello anglosassone o se vogliamo aziendalistico, che snatura la funzione politica e formativa della scuola e dell’università. Queste ultime avrebbero dovuto formare, infatti, un cittadino consapevole dei suoi diritti capace di fare scelte politiche, ed invece è stato trasformato in mero utente di un servizio sempre più a pagamento. In questo modo si procede alla standardizzazione dell’educazione per favorire le multinazionali della formazione che sono già all’opera in vari Paesi e che hanno bisogno solo di consumatori acritici e di insegnanti privati della libertà di insegnamento."

Professore di Antropologia religiosa, Università “La Sapienza“, Roma


"[...] E’ lo specchio di una classe politica che vede in una scuola e una università moderne, democratiche e di qualità il pericolo del dissenso e della costruzione consapevole di sacche di resistenza sociale. Il sapere critico e la conoscenza, esaltate dai nostri padri costituenti, sono oggi il principale bersaglio delle classi politiche e di governo che ci vogliono ignoranti e subalterni. A questo progetto, che rientra chiaramente in un disegno politico, dobbiamo opporci. Adesso la scuola, tra poco l’Università, ma sempre uniti nella lotta."

Professore associato di Sociologia politica e Presidente del Corso di Laurea in Sociologia, Università degli Studi del Salento


"Penso che la cosiddetta “riforma” Renzi della Scuola sia sbagliata nell’impostazione, nelle finalità e in quasi tutta la sua articolazione. Il ddl è evidentemente pensato contro la “casta” degli insegnanti, anche ieri stigmatizzati dal Renzi come “intoccabili“. Echeggiando il peggior qualunquismo da bar, il Renzi attribuisce all’indisciplina e alla pigrizia degli insegnanti i mali della scuola, e intenderebbe disciplinarli sotto il comando di un Dirigente scolastico ritenuto – invece – onnisciente, ossia capace di valutare docenti di greco come di elettrotecnica come di lingua tedesca. Quanto alle finalità, tale Dirigente avrebbe il compito di portare la “propria” scuola al rango di scuola “eccellente“, chiamando (non si sa con quale criterio) i docenti “migliori” per attrarre gli studenti “migliori” (cioè di famiglie più danarose, più disposte a finanziare palestre e aule informatiche, ecc.). E i docenti “peggiori“? Andranno ad affollarsi nelle scuole “peggiori“, per alunni “peggiori” (ossia poveri). Con tanti saluti alla finalità che la Costituzione assegna alla scuola pubblica."

Professore ordinario di Letteratura Italiana, Università “La Sapienza“, Roma
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Stellastellina1975



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MessaggioOggetto: Re: Neanche ai professori universitari piace la "buonascuola"   Gio Giu 11, 2015 9:00 pm

Ancora uno:

Il monoteismo del ricatto
di Sergio Labate

Ci sono troppi motivi per opporsi a questa riforma eversiva. Essenzialmente mi oppongo perché non ne posso più della stupidità della politica. Di una riforma il cui unico argomento razionale sembra essere il monoteismo del ricatto: ti do lavoro e ti tolgo i diritti. Ma che lavoro è senza diritti e senza libertà? Che dall’Ilva alla Scuola questa sia ormai l’unica argomentazione che i politici sanno evocare è segno inequivocabile di stupidità.

Poi mi oppongo perché lavoro all’Università. E se qualcuno vuole immaginare quello che sarà la Scuola a seguito di questa riforma è sufficiente che veda quello che l’Università è già diventata. Noi non formiamo più in funzione della democrazia e della società, ma solo del mercato. Siamo diventati scuole di avviamento professionale, ma il lavoro non è un mezzo per costruire società consapevoli, è ormai il mezzo per eliminare ogni residuo di socialità, condivisione, identità pubblica, riconoscimento di sé. Se la Scuola e l’Università diventano ancelle di questo lavoro, esse sono condannate a morte. Perché questa idea di lavoro non ha bisogno di cultura, di pensiero critico, di spazi di discussione pubblica, di diritti universali, di istruzione, di mani pensanti e teste ben fatte.

E infine, guardo con pena alla costruzione di una nuova classe di baroni. Perché i dirigenti scolastici godranno di un potere che li renderà del tutto simili ai baroni che hanno rovinato l’Università (e che prosperano grazie alle ultime riforme). Ma provo pena per loro. Perché il loro potere con cui possono arbitrariamente ricattare gli insegnanti è del tutto fittizio. Basta seguire la tendenza delle riforme della pubblica amministrazione per sapere che anche i dirigenti saranno definitivamente precarizzati e sottoposti al ricatto di chi è più potente di loro (quasi sempre i politici). Così anche nella riforma della Scuola si usa una strategia che per l’Università ha avuto successo: dare a qualcuno l’illusione di essere forte in modo che non si accorga di essere sempre più debole. Dare a pochi l’illusione di essere padroni per ridurre tutti alla condizione di schiavi. Con l’Università tutto questo si è realizzato. Non abbiamo avuto la forza e la passione necessaria per salvarla. Proviamo almeno a salvare la Scuola.

Ricercatore di Filosofia teoretica, Università degli Studi, Macerata
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Stellastellina1975



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MessaggioOggetto: Re: Neanche ai professori universitari piace la "buonascuola"   Gio Giu 11, 2015 9:11 pm

Questo intervento è il più completo secondo me:

Incostituzionale e regressivo
di Alessandro Prato

Il DDL sulla cosiddetta “buona scuola”, al di là della stucchevole retorica del “nuovo” e dell’”andare avanti” (ma verso quale direzione?), è un provvedimento regressivo che ripristina la situazione giuridica dell’età del fascismo in cui «le supplenze ai posti di ruolo e gli incarichi di insegnamento di qualunque specie sono scelti e conferiti dal preside» (Gazzetta ufficiale del Regno D’Italia n. 129 del 2.6.1923, art. 27).

Inoltre è anche anticostituzionale sotto diversi aspetti: ad esempio sulla chiamata diretta dei docenti attraverso l’istituzione di appositi albi; la Consulta si è già espressa in merito nella sentenza 66 del 2013, quando la Giunta della Regione Lombardia tentò di adottare un analogo provvedimento. Affidare al Dirigente scolastico il potere di selezionare il personale su regole non uniformi è inammissibile perché in questo modo ogni scuola potrebbe decidere per conto suo, in modo discrezionale e sulla base di un imprecisato merito, le modalità di accesso e questo è in forte contraddizione con l’art. 97 della Costituzione (ai sensi del quale “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante pubblico concorso“) che codifica un vincolo di imparzialità nell’assunzione dei dipendenti pubblici, basato sull’applicazione di criteri oggettivi.

Allo stesso tempo il DDL confligge con l’art. 33 della Costituzione che definisce la libertà d’insegnamento come un diritto indisponibile (cioè non può essere modificato se non si modifica la Costituzione), in virtù del quale la condizione dei docenti non è quella di essere dei lavoratori subordinati. Se venissero invece scelti da un dirigente scolastico e dal comitato di valutazione, si verificherebbe la paradossale situazione in cui gli incompetenti giudicano i competenti: i genitori e gli studenti infatti non hanno competenze adeguate a questo riguardo, ma a ben vedere anche il Dirigente si trova in una situazione analoga, poiché dovrebbe avere competenze interdisciplinari certificate dalle prove di concorso finora previste.

Infine il provvedimento con le numerose deleghe in bianco assegnate al governo di fatto colloca nell’ambito della “riserva di legge” questioni come l’orario di lavoro, la retribuzione, le ferie, la malattia che sono invece istituti di natura contrattuale, con la conseguenza di disapplicare in modo unilaterale il contratto nazionale di lavoro tuttora vigente.

Professore a contratto di Retorica e linguaggi persuasivi, Dipartimento di Scienze sociali politiche e cognitive, Università degli Studi, Siena
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