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 Difesa alla distrazione

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MessaggioOggetto: Difesa alla distrazione   Lun Mar 26, 2012 2:22 pm

Incollo qui un estratto di un documento scritto da Luigi Anepeta, psicologo e docente di psicologia, fondatore della Legaintroversi:

La rêverie

Siamo ormai abituati a considerare il cervello un organo il cui orientamento funzionale è adattivo rispetto all’ambiente esterno. Questo aspetto è indubbio e vale anche per gli introversi, nei quali però si dà una programmazione diversa rispetto alla media. Questa diversità, che implica una particolare propensione per il mondo interno è stata rilevata originariamente da Jung, ma oggi va posta in termini più radicali.

«Cosa significhi vivere affacciati e polarizzati sul mondo esterno e sentire che la relazione con esso soddisfa gran parte dei propri bisogni non necessita di ulteriori spiegazioni. Un matematico-filosofo (Renée Thom, Parabole e catastrofi, Milano 1980) ha avanzato l’ipotesi che la specie umana abbia acquisito le caratteristiche sue proprie nel momento in cui si è affrancata dalla “cattura” percettiva che il mondo esterno esercita su tutti gli altri animali, i quali vivono dunque sul registro di un realismo assoluto, ingenuo e presentificato. L’ipotesi è suggestiva, ma nulla toglie al fatto che, attraverso la mediazione dei sensi, il mondo esterno viene vissuto anche dalla maggioranza degli esseri umani come una realtà oggettiva, data e quasi “naturale”.

Cosa significhi, invece, la propensione per il mondo interno – mondo intangibile, sfuggente, caotico (tanto più se si prende atto che gran parte dell’attività mentale si realizza a livello inconscio) – è più difficile da definire. Cercherò di aggirare il problema con un esempio, che pone in luce un aspetto comune a tutti gli introversi.

Qualche tempo fa, una madre – mia ex-paziente – è venuta a parlarmi del figlio che essa ha riconosciuto come introverso. Si tratta di un bambino di eccellenti qualità, benvoluto dai compagni, che ha un ottimo rendimento scolastico. C’è solo un aspetto del suo comportamento che alcuni insegnanti ritengono negativo e viene costantemente citato nella sua scheda personale: l’avere spesso “la testa tra le nuvole”. È insomma distratto, e, anche se questo non incide minimamente sulle sue prestazioni, viene rilevato come un tratto comportamentale da correggere.

La “distrazione”, di fatto, è un tratto comune a molti introversi. È facile capire che essa fa riferimento ad una difficoltà del soggetto di mantenere un contatto costante con il mondo esterno, e implica che egli è “attratto” da quello interno. Ma la “distrazione” non è correggibile, se non minimamente, perché essa si realizza del tutto indipendentemente dalla volontà del soggetto.

Una parte della mente degli introversi, in larga misura inconscia, funziona su di un registro che non fa riferimento al mondo esterno. È come se essa fosse costantemente polarizzata da un flusso di pensieri, emozioni, fantasie, immaginazioni, ecc. che hanno poco a che vedere con la realtà esterna immediata.
A differenza degli estroversi, che sono in genere “catturati” dal mondo esterno, gli introversi sono “catturati”, senza volerlo e spesso senza saperlo, dal mondo interno, o meglio da quel flusso continuo di contenuti psichici per definire il quale, sia pure imprecisamente, non sembra azzardato utilizzare il termine rêverie. Una parte della mente introversa è continuamente impegnata in un sogno ad occhi aperti, vale a dire in un’elaborazione della realtà ricca di componenti emozionali, simboliche e fantastiche, irriducibile al realismo imposto dal mondo esterno.
Si tratta di un aspetto strutturale del funzionamento della mente introversa, la cui matrice è senz’altro biologica.

Il significato di questo aspetto, che immediatamente e visto dall’esterno (come nel caso del bambino in questione) può apparire disfunzionale, è complesso. L’ipotesi più semplice è che esso corrisponda all’esigenza di elaborare le informazioni di cui il soggetto dispone, a livello conscio e inconscio, secondo modi che si sottraggono al realismo imposto dal mondo esterno. Tale esigenza, che si realizza di solito, all’insaputa del soggetto, implica un’incessante esplorazione dell’universo simbolico, infinitamente più ricco del mondo reale.
Quando quest’esplorazione, attraverso l’oggettivazione letteraria, artistica o filosofica, dà luogo alla creazione di un mondo immaginario (per esempio ad un romanzo popolato di personaggi che non esistono nella realtà, ma sembrano vivi e veri), il significato di quell’attività appare del tutto chiaro. Gran parte degli introversi, però, non hanno la capacità di oggettivare il lavorio della parte della loro mente “distratta” rispetto alla realtà.
La “distrazione” è, in breve, un indizio comportamentale apparentemente negativo di una polarizzazione funzionale della mente introversa altamente significativa.»

Definirei questa polarizzazione iperadattiva, nel senso che essa trascende il mondo oggettivo e spazia nell’ambito dell’universo simbolico.
La parte della mente introversa “distratta” è attratta in maniera specifica da questo universo.
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