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 Struttura e funzionale sociale della scuola

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MessaggioOggetto: Struttura e funzionale sociale della scuola   Mar Ago 21, 2012 10:15 am

La scuola italiana ruota ancora attorno alla Riforma Gentile. Essa si giustifica e appare opportuna sotto il profilo sociologico. I licei sono deputati a formare la classe dirigente del Paese. Gli istituti tecnici e professionali preparano la classe media e medio-bassa ai lavori “operativi” [cosiddetti “umili”, ma che umili non sono], di cui oggi c’è particolarmente necessità. I giovani preferiscono invece puntare sulle professioni maggiormente “nobili” e più remunerate, cioè ad uno status sociale più alto. Perché ? Per lo spostamento verso l’alto della scala sociale come inevitabile conseguenza del miglioramento della qualità di vita della popolazione, determinatosi in tempi ante-crisi. Oggi anche un collaboratore scolastico può mandare il proprio figlio all’università, e questo studierà non per fare il mestiere del padre, ma per divenire medico o avvocato. La conseguenza sociale di questo pur positivo aspetto del progresso economico è chiara: in una società in cui tutti sono architetti e nessuno è muratore, un palazzo non si può materialmente costruire.
Per risolvere questo problema, per il quale sembra mancare il lavoro dal lato dell’offerta mentre invece esso c’è dal lato della domanda, ma nessuno vuole svolgerlo, è stato in passato proposto di “allargare” il concetto di liceo, con la previsione, ad esempio, di “licei tecnologici”. In questo modo si voleva aumentare la qualità dell’istruzione tecnico-professionale, per qualificarla maggiormente in senso liceale, in modo che gli studenti fossero attratti anche da essa, e non andassero tutti nei licei. Sulla base di questa proposta innovativa, penso che si potrebbe mantenere l’impostazione generale della Riforma gentiliana, prevedendo l’istituzione, insieme ai licei classici e scientifici, di “licei tecnici” [ex ITIS e ITC] e di “licei professionali” [ex IPSIA e IPSSCTS], caratterizzati da una formazione più generalista, che apre all’università.
Poi il problema dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro va spostato appunto all’università. E l’Italia potrebbe qui già andare oltre alcuni Paesi europei, come la Germania. Essi risolvono questo problema con la previsione di scuole di istruzione avanzata post-diploma parallele all’università, destinate alla preparazione dei “tecnici”. Propongo che tutti i lavori operativi vengano insegnati direttamente nelle università, prevedendo per essi insegnamenti accademici specifici [ad esempio per camerieri, falegnami, commessi, idraulici, elettricisti, e anche per baristi]. Ciò otterrebbe due vantaggi. Nobiliterebbe questi mestieri, e sposterebbe all’interno dell’università gli studenti dai mestieri nobili a quelli operativi, perché anch’essi ben remunerati, molto richiesti, e al contempo insegnati sotto il profilo accademico e quindi arricchiti di sapere generalista; e con in più la possibilità di favorire il cambiamento, durante la vita professionale, del tipo di lavoro, essendo il sapere accademico, proprio perché generalista, strutturalmente interdisciplinare.
Spetta alla famiglia e alla scuola la formazione di cittadini consapevoli e responsabili, sotto il profilo civico, del rispetto della legge e del sentimento di appartenenza nazionale a un comune destino, che oggi è anche europeo [e mondiale].
La scuola, libera ormai da condizionamenti ideologici, mantiene un fondamentale ruolo di agenzia formativa anche in senso etico. Essa ha infatti la missione di fortificare la personalità degli allievi, per strutturarli psicologicamente in modo che possano affrontare una società competitiva e un mondo del lavoro selettivo. A ciò gli studenti sono preparati durante l’anno scolastico dalla successione delle verifiche, in cui il discente impara a controllare l’ansia e può svolgere un ruolo da protagonista, riconosciuto dai compagni e dai suoi insegnanti.
Non è tanto corretto dire che il mondo degli adulti deve solo lasciare “spazio” ai giovani. Questi sono, anche anagraficamente, il futuro della società, e non costruire il tessuto sociale in modo da favorire il protagonismo dei giovani significa negare il senso stesso della civiltà. Che senso può avere fare un figlio, erede e continuatore della vita dei genitori, senza preparargli un futuro che lo facili a sua volta nella trasmissione della vita ? Così vale per l’intera comunità nazionale.
Nella sua missione educativa, la scuola deve infondere anche il senso della solidarietà. Competizione e solidarietà devono essere i due principii guida che affiancano l’insegnamento delle discipline: la competizione è il principio su cui si basa la meritocrazia, che è lo strumento per regolare il conflitto insito nella società, stabilendo che solo i migliori possono costituirla classe dirigente; la solidarietà serve alla coesione sociale, perché la competizione da sola non sia fattore di divisione e di perenne conflitto.
La scuola quindi, insieme alla famiglia, per il suo compito etico e formativo, è il fondamento dello stato, come fondamento della convivenza civile e della pace sociale. Essa per questo deve oggi recuperare il suo ruolo educativo, stringendo una sinergia con le famiglie per meglio guidare la crescita dei figli, allo scopo di preparali alle sfide della vita.

Giulio Portolan

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