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 RAPPORTO-SOS

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MessaggioOggetto: RAPPORTO-SOS   Ven Gen 29, 2016 10:35 pm

RAPPORTO SULLA CONDIZIONE DELL’INSEGNAMENTO DEL SOSTEGNO IN ITALIA
Pordenone, 20 dicembre 2015
INTRODUZIONE

In questo studio-denuncia, che riporta le mie esperienze di otto anni di insegnamento nel sostegno, dimostro che la strutturazione normativa di questo mestiere lo espone specificamente e particolarmente a processi di mobbing causa di stress. L’insegnamento nel sostegno necessita della collaborazione dei docenti di materia, i quali, in questa forma di dipendenza da essi, instaurano dinamiche di potere, vessazione e dominio. Il docente di sostegno è un insegnante che non emette giudizi e non dà il voto, ciò che lo priva di “potere” in senso pedagogico e didattico. In questa situazione (aggrava da allievi che possono avere patologie gravi e quindi essere molesti, e dalla necessità di essere “onniscienti”, cioè di apprendere tutte le materie, che possono essere anche avanzate negli anni), egli viene psicologicamente “attaccato” dal suo allievo (che spesso lo rifiuta), dai suoi genitori, dai colleghi di disciplina, dai ragazzi di classe, e viene lasciato a se stesso dalla dirigenza. In più egli è necessariamente reso responsabile del rendimento scolastico del suo allievo, a cui si lega per dinamiche affettive, cosa che lo espone a stati di ansia e di angoscia qualora il suo esito sia negativo, fino alla bocciatura, sviluppando sensi di colpa e di inadeguatezza.

CONDIZIONE DELL’INSEGNAMENTO DEL SOSTEGNO IN ITALIA

Il mestiere dell’insegnante di sostegno presenta numerosi aspetti di criticità che richiedono particolari competenze comunicative e che possono esporre a situazioni relazionali di tensione fino a risultare stressanti e causa di potenziale disadattamento, anche perché ciò incide sulla relazione con l’allievo certificato, sulle possibilità concrete di aiuto alla sua condizione didattica e vitale all’interno dell’Istituto.
Può accadere che i genitori dell’allievo certificato pretendano gli obiettivi minimi, perché non sanno (non possono) riconoscere e accettare la sua condizione effettiva minoritaria. In ciò è anche implicita l’attesa del buon andamento scolastico e della promozione. Di tale risultato il docente di sostegno si sente psicologicamente responsabile, creandosi sempre una relazione affettiva con il “suo” allievo. La sua situazione è l’opposto di quella del docente curriculare, la cui criticità è la disciplina in classe. Questa crea un clima che è spesso, senza alcuna giustificazione, di irrisione del docente di sostegno, perché è considerato dagli allievi un “corpo estraneo” senza “potere” (potere in senso didattico). Frequenti possono essere gli episodi di aggressività degli allievi della classe verso di lui, fino all’intimidazione. Atteggiamento questo ultimo che può caratterizzare il comportamento del docente di materia. Quest’ultimo valuta gli allievi e considera una sua prerogativa (che è suo “potere”) bocciarli (e spesso non si pone uno scrupolo nel farlo, trovando in ciò conferma del suo ruolo e status). Il docente di sostegno, invece, proprio a causa del suo specifico ruolo, che lo vede assegnato al suo allievo in condizione di aiuto e quindi “protettiva” (il sostegno è a tutti gli effetti una professione di aiuto), si identifica con il “destino” del suo allievo. Se questo è a rischio bocciatura, il docente può provare sensi di colpa e può anche sviluppare stati di ansia e di vera e propria angoscia. Si sente chiamato a rendere conto di ciò ai genitori, che, prendendo le parti del loro figlio, ne giudicano l’operato in base al suo successo o fallimento. Questo giudizio è emesso anche dai docenti curricolari e dai compagni di classe. La condizione del sostegno è interrelata con vincoli e difficoltà di ogni tipo, che non vengono risolte e facilitare dalla normativa scolastica, la quale è fortemente carente su più punti di vista. Essa non obbliga il docente di materia a “collaborare”; non lo vincola in modo stringente a modificare le verifiche, fatto questo a cui egli spesso di oppone (contraddicendo la legge), adducendo motivazioni dissuasive e persuasive. All’inizio dell’anno scolastico il docente di sostegno deve pagarsi tutti i libri di tutte le discipline (che possono anche essere venti o trenta libri, per tutte le classi in cui sono inseriti i suoi allievi), perché la normativa non obbliga gli editori a dargli i libri gratuitamente, come invece avviene con i docenti di materia. Se, dal punto di vista della deontologia professionale, il docente di materia è obbligato a collaborare, egli può facilmente cavarsela concedendo pochi secondi (neppure minuti) a inizio lezione, e fornendo informazioni insufficienti. Egli inoltre interferisce negativamente col sostegno in vari modi, fino a negare l’uscita dell’allievo dalla classe, perché - egli dice – è lui che decide, in quanto – di ciò è convito - è lui il solo “vero docente” della classe, che prende le decisioni finali su tutti gli allievi, e quindi anche sull’allievo certificato. La mancanza di collaborazione del docente di materia è uno dei due motivi principali che rendono difficile il ruolo del sostegno, sottoponendolo a numerose difficoltà in vista delle verifiche e degli esami finali. Non si può semplificare tutto, e appunto il docente di sostegno, in mancanza di tale collaborazione, non sa cosa deve semplificare. Il secondo motivo sono le discipline. Nella classe tecnico-professionale AD03, nella quale sono inclusi ad esempio docenti di sostegno laureati in diritto e in economia (provenienti da queste classi di concorso), questi si trovano a dover studiare, semplificare e insegnare materie non di loro competenza, come disegno tecnico e artistico, computer, arredamento, moda e cucito (si deve apprendere come si disegnano e di tagliano e cuciono i vestiti), discipline meccaniche (in cui si deve anche saper usare le macchine utensili, come il tornio), discipline elettroniche (e quindi pneumatica e sistemi). Tutto ciò lo devono apprendere anche gli allievi. La difficoltà, che appare a volte insormontabile, si trova quando la materia è del quarto e del quinto anno, per cui il docente di sostegno si trova a dover “recuperare” all’inizio (velocemente, per se stesso) tutto il programma di terza o di quarta, di discipline per le quali può anche non essere portato (è del tutto naturale che gli allievi, che hanno scelto uno specifico indirizzo, possano essere più bravi di un qualunque docente). Ci sono infatti perfino ingegneri meccanici che non sanno usare il programma al computer per il disegno tecnico; invece, al docente di sostegno è richiesto – per contratto - di essere quasi onnisciente e quindi tuttologo e enciclopedico. Alcuni insegnanti di sostegno hanno per questo avanzato l’idea che il sostegno sia insegnato dagli stessi docenti di disciplina, il cui orario sarebbe quindi diviso a metà tra docenza di materia e docenza di sostegno, scomparendo il solo sostegno (che è a tutti gli effetti considerata una “docenza di serie B”). I docenti di sostegno contraggono stati di depressione e demotivazione, implicati da un ruolo didattico e sociale che è tutto una “battaglia psicologica” e una “trappola sociologica” perpetrate per l’intero anno di insegnamento. Alcuni docenti, snervati, sono seguiti da un terapeuta.
Il docente di sostegno è spesso psicologicamente rifiutato dal suo allievo e perfino “maltrattato” dai colleghi di disciplina, che possono giungere anche a “ricattarlo”. Ciò può accadere perché la normativa assegna il potere di valutare le verifiche solo al docente di materia. Il sostegno, senza poter valutare (mettere il voto) è una funzione docenza “dimezzata”. Pretendendo rispetto e un rapporto alla pari con il docente di disciplina, questo può vendicarsi in sede di correzione delle verifiche dell’allievo certificato. Spesso accade che, durante gli scrutini, il voto dato all’allievo sia più basso di quanto aspettato: è esso oggettivo oppure è un “segnale” verso il docente di sostegno ? Con la conseguenza ulteriore che l’allievo protesta con il suo docente, perché la sua “tensione” con il collega “lo danneggia”. La spiegazione di ciò è psicologica: il rapporto di collaborazione viene scambiato per rapporto di subordinazione e occasione di dominio. Il docente di sostegno può essere anche trattato come un allievo, cioè sgridato e giudicato davanti alla classe. Il docente di sostegno deve sempre “chiedere” la collaborazione, e questa, essendo espressione di bisogno dell’uno verso l’altro, diventa occasione di dipendenza e potere della materia sul sostegno. In questa “dipendenza” si sviluppano facilmente le dinamiche di potere, di dominio e anche di maltrattamento e ricatto della prima verso il secondo. Non è prevista a inizio anno una riunione con tutti i docenti e con ciascuno per delineare il percorso comune da fare e le condizioni a cui attenersi. Né sarebbe possibile farlo, sia perché le eccezioni in un anno scolastico sono innumerevoli e non possono essere tutte previste all’inizio, sia perché il docente curricolare non vuole vincolarsi a impegni e comportamenti che possono compromettere la sua libertà e il suo “potere”.
Un’altra condizione molto critica è quella di allievi che possono essere particolarmente stressanti, a causa di una loro patologia (come l’autismo), che può risultare molto grave, per cui il docente di sostegno si trova a dover svolgere il compito di un infermiere o di uno psichiatra, non per competenza ma per tolleranza e capacità di sopportazione (l’allievo può essere aggressivo e violento). In tale situazione, di esasperazione della funzione di “aiuto”, si ha, per paradosso, la negazione della propria funzione didattica: il docente di sostegno, infatti, è solo un insegnante e dove solo insegnare, e non è un infermiere da clinica psichiatrica. Egli, nel suo mestiere, può essere anche ferito (fisicamente) dall’allievo.

CONCLUSIONI

Questa situazione riguarda il mio passato. Ritengo che essa sia generalizzata in tutta Italia. Quest’anno ho trovato a scuola un clima cordiale e altamente collaborativo. L’esito scolastico dei miei allievi è stato caratterizzato da successo. Questa situazione descrive l’esperienza del mio passato, e l’ho riportata perché nel gruppo H dell’istituto in cui insegno sono emerse dai colleghi le stesse problematiche (di insegnanti cioè “maltratti” dai colleghi). Ciascuno di loro ha dovuto seguire fino a sei-sette allievi, con le loro 18 ore. Cala dunque l’attenzione su ciascun allievo, ma non cala la responsabilità, che anzi cresce, e si aggrava quindi lo stress e l’ansia da esito scolastico. La mia tesi è che questa situazione è dovuta alla struttura normativa che disciplina il sostegno, la quale, instaurando dinamiche di potere su di esso della disciplina, lo espone strutturalmente a stress.
G.
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